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spetto dominante del Torneo Cavalleresco è il corteo: 300 abiti prerinascimentali animano la parata, frutto di studi e certosina
realizzazione. Dal 1969 le sartorie rionali hanno compiuto passi da
gigante, fino a dar luogo all’Accademia Clementina, dove le ricerche
sul modo di vestire di fine ‘400 vengono continuamente aggiornate.
Oggi è possibile che un dipinto torni a...
rivivere. L’affinamento del gusto, lo studio sempre più ampio delle
fonti e delle documentazioni, la lettura
dei saggi
sulla
storia del costume, unita sempre alla minuziosa osservazione delle
pitture e delle produzioni plastiche rinascimentali, hanno indotto le
sarte locali all’applicazione sempre più rigorosa di un metodo s
cientifico
teso alla riproduzione, quanto più rispondente possibile, del modello
prescelto. La sequenza operativa è diventata da allora fissa: scelta
del modello pittorico, quindi si passa all’esecuzione di un bozzetto
esplicativo per i lavoranti, volto a dispiegare maniche accartocciate
o comunque riprodotte in maniera non perfettamente visibile a
compiere, basandosi sui dettami della moda del tempo, le più probabili
integrazioni di linea delle parti mancanti. Il bozzetto è ancora
necessario all’estrapolazione e riproduzione a grandezza naturale di
imprese o dettagli di ornato delle stoffe. Si correda gli schizzi e i
tratti grafici con note riguardanti i materiali da
utilizzare e le eventuali
fodere presenti, con relative tinte, ed anche il numero di augelli o di
bottoni, la foggia ed il materiale del cappello, della
calzabraga e
delle calzature. Una scelta quindi del tipo di tessuto, operata in
base alla suggestione fornita dalla “testimonianza picta”, applicando
contemporaneamente la conoscenza
della
qualità dei panni in uso
nel periodo storico
fissato per la rievocazione. Si studia la modalità di costruzione
secondo la
metodica del “mettere e levare” dettata dall’altezza dei tessuti
originali e non di quelli
prodotti dalle
macchine moderne, per ricreare le ampiezze e le linee desunte dalle
documentazioni.
Si gioca d’ingegno per ricostruire gioielli da capo
o di
ornamentazione dell’abito o accessori con materiali e prodotti di
bigiotteria che non sono ovviamente fabbricati per un uso similare
all’antico. Le calzature sono studiate e realizzate anch’esse in modo
rigoroso, derivandone di volta in volta la
calza solata, la pianella o
lo zoccolo con rispondenza
di colore ed utilizzando pellami che
riproducono l’impressione di morbida aderenza che dall’icona deriva.
Rinascono così la Maddalena del Crivelli di Montefiore dell’Aso e di
Carpegna ora ad Amsterdam; il San Giorgio del polittico di
Ascoli
Piceno; il bambino
dell’Annunciazione sempre di Ascoli ora alla National Gallery,
o il
San
Venanzo del polittico di Camerino ora a Brera, sempre dello stesso autore. Rivive il San Venanzo del Boccati
di Belforte del Chienti, o il giovane in corteo e colorato farsetto e
calzabraga della predella con l’Adorazione dei Magi
ora agli Uffizi di signorelliana
memoria
o
anche l’imperatore Giovanni VI
Paleologo del
corteo dei Magi affrescato nel palazzo Medici Ricciardi del Gozzoli a
Firenze, o le riproduzioni di “studi di costumi” del Pisanello ora al
Museo Condè di Chantilly e tanti altri ancora. Figurazioni da Ercole
de Roberti, Ghirlandaio, Baldassarre d’Este.
Pure estenuanti sono le sedute dalla parrucchiera, delle giovani
dame
prescelte, per ottenere complicate costruzioni intrecciate, lievite
capigliare, effetti di mosso che diano l’illusione di veder camminare
per la piazza, candite ed altere, Simonetta Vespucci,
Ginevra d’Este,
Ludovica Tornabuoni, o l’incantevole dama del Pollaiolo del Poldi
Pezzoli. Nel complesso, il lavoro delle sartorie
ha reso
l’appuntamento di Servigliano uno tra i più importanti nell’ambito
delle feste di rievocazione storica, rappresentandone il “bel costume”
l’aspetto più originale, caratterizzante e difficilmente
riproducibile.
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